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Il cubo magico

Stefano Calisti attraverso gli occhi di David Miliozzi


Una sera d'estate sul lungomare di Cannes, a pochi metri dalla Croisette, decisi di sedermi su una panchina davanti al mare. Gli yatch sporgevano dal molo dondolando come animali stanchi.

Anch'io mi sentivo un po' stanco: le immagini dei capolavori del museo d' Antibes ancora riflesse sulla retina si sovrapponevano al mio sguardo, continuando a mandare impulsi al cervello. Picasso, il cubismo, la sovrapposizione dei punti di vista. E adesso il mare, le barche, il cinema, l'arte. Non so perche' ma per un attimo ebbi malinconia dei miei paesaggi, i colori, le colline e i ruderi della mia terra.

Alzai lo sguardo al cielo sentendomi a casa, le stelle splendevano nitide disegnando linee luminose. Per la prima volta mi resi conto che in cielo non esistevano traiettorie circolari, ma solo angoli, piu' o meno acuti, che prendevano forma attraverso la promiscuita' delle stelle. Traiettorie magiche in cui l'uomo era riuscito a leggere nello stesso momento sia il futuro che il passato. Pensai al cubismo, alle molteplici facce del nostro essere umani, pensai a quando da bambino giocavo con il cubo magico e a quanto fosse difficile riempire ogni faccia con lo stesso colore. Pensai a che splendida sensazione fosse tenere in mano quell'oggetto, un ricordo cosi' legato all'infanzia. Pensai che siamo niente senza ricordi.

All'improvviso ebbi la netta sensazione che il cubo era la superficie ideale dove dipingere le mie emozioni. Come sarebbe stato dipingere la magia di un paesaggio su un supporto a piu' facce? Sorrisi e mi alzai dalla panchina in uno slancio. Mi mancava solo il pennello. Come impossessato dal demone della creativita' non vedevo l'ora di tornare a casa e di mettermi a lavorare.

Il prestigiatore dei colori
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